The Global City

Megalopolis Project

Regia: Anna Dora Dorno
Drammaturgia originale: Nicola Pianzola
Produzione: Teatro Nazionale di Genova
Instituto Nacional Artes Escénicas / Festival FIDAE 2019 – Uruguay

Sostenuto in residenza da:
Inter Arts Centre – Svezia
Città del Teatro – Italia
Au Brana Cultural Centre – Francia
Re.Te.Ospitale – Italia

“Che cosa è oggi la città, per noi? Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa più difficile viverle come città. Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana, e Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili. La crisi della città troppo grande è l’altra faccia della crisi della natura. L’immagine della «megalopoli», la città continua, uniforme, che va coprendo il mondo, domina anche il mio libro. Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni del linguaggio; le città sono luoghi di scambio, ma questi scambi non sono soltanto merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.”

Italo Calvino on Invisible Cities, 1983

CONCEPT

Fra i testi che hanno contribuito ad arricchire la fase ideativa del progetto, ne spicca uno in particolare: Le città invisibili di Calvino, che ha rappresentato in questi anni, un costante e poliedrico riferimento: poetico e visivo. L’affermazione: “La crisi della città … è l’altra faccia della crisi della natura” è all’origine di un’indagine sulla complessa relazione tra due istanze, spesso, violentemente contrapposte: biologico ed artificiale, che si estrinseca, nella scena contemporanea, nella relazione tra analogico e digitale, nel rapporto tra l’organicità dell’uomo e del performer e le nuove tecnologie, che si inseriscono nella “modernità liquida” di cui parla il filosofo Zygmunt Bauman. Sono trascorsi più di trent’anni da quando l’autore introduceva il concetto di «megalopoli» come modello urbanistico del futuro. Nella nostra contemporaneità, le megalopoli si sono affermate come modelli imprescindibili, in grado di plasmare le nostre identità e trasformarci da cittadini locali in cittadini planetari. Come il Marco Polo del romanzo, abbiamo intrapreso un percorso di rigorosa ricerca, nell’intento di riconoscere all’interno delle nostre identità planetarie aspetti fragilmente umani che si tessono sui fili ostinati della memoria; del linguaggio corporeo come luogo mediatore di incontro e scambio; di desideri e ricordi che prendono forma, ritmo e suono. Da questa proficua e costante esplorazione performativa di numerosi e differenti ambiti artistico – culturali, siamo giunti all’ideazione del progetto produttivo La Città Globale / The Global City che rappresenta la nostra visione critica sull’andamento della società globale ma anche il tentativo di coglierne aspetti positivi legati al continuo movimento, ed in particolar modo al viaggio e allo spostamento, inteso in una accezione ampia, sia fisica che virtuale.

Le metropoli contengono «discariche di rifiuti umani», ma anche le «palestre» in cui è possibile sperimentare forme nuove di incontro e convivialità. Zygmunt Bauman

Nella nostra analisi della presente dimensione urbana, abbiamo cercato di mantenere attiva la relazione tra locale e globale, misurandoci con i paesaggi residuali delle megalopoli in cui siamo entrati in contatto. Abbiamo cercato di integrare nella nostra ricerca quel senso d’inquietudine e di perdita, che ci ha reso al contempo abitanti e visitatori del contesto culturale in cui ci siamo trovati ad agire. Per comprendere la nostra visione pensiamo sia utile infine citare Gilles Clément: “Lo spostamento degli animali corrisponde a un viaggio, quello dei vegetali a un vagabondaggio. Lo spostamento degli esseri umani corrisponde all’irrequietezza.” Ne deriva una terna costituita da «viaggio – vagabondaggio – irrequietezza», che ha condotto all’ideazione di questo progetto.
Abbiamo avuto modo di vivere e lavorare in alcune tra le più grandi città del pianeta ma anche in villaggi remoti dell’Asia e dell’America Latina. Nei differenti luoghi a volte sono emersi tratti comuni, uniformanti e globalizzanti, così evidenti e ricorrenti da creare in noi un forte senso di spaesamento. Talvolta l’identità di un intero paese si perdeva completamente, in altre occasioni si ripresentava prepotentemente, attraverso una miriade di elementi distintivi legati ai fenomeni di ritorno culturale e di sopravvivenza delle tradizioni. Il “dramma” creato dal rapporto tra innovazione e resistenza culturale, creazione di opportunità e competizione, desiderio di affermazione e spersonalizzazione, organicità dell’essere umano e inorganicità dei ritmi della società contemporanea si presentava nelle grandi città come nei piccoli villaggi. Attraverso i nostri ricordi abbiamo cercato di cogliere l’anima dei luoghi in cui siamo stati per mostrare quello che c’è oltre la facciata della globalizzazione, alla ricerca forse di una nuova spiritualità, che non coincide con nessun afflato religioso ma che permane in alcune culture nonostante la sovrapposizione di altre culture egemoni. Pian piano si è creata nella nostra mente una mappa frammentata che ha generato la nostra città globale, che non è reale, ma in cui possiamo rintracciare un dettaglio preciso di un luogo che esiste nella nostra memoria: dalle strade di Teheran, alla metropolitana di Città del Messico, dai palazzi decadenti e fatiscenti di Calcutta agli edifici ultra moderni di Shanghai, dai villaggi nella foresta indiana a quelli sulle palafitte, nell’arcipelago cileno. Spesso nel cuore della notte ci siamo svegliati gridando: “che ore sono? dove siamo? Dove siamo?”

SINOSSI

Un uomo, un emarginato venditore delle metropolitane, fa il suo ingresso nella città globale, cercando di vendere “ricordi”, di stimolare il pubblico ad entrare in una dimensione parallela, a riflettere su cosa hanno perduto nel caos generato dai ritmi frenetici delle città. La scena non è altro che una scatola bianca, vuota e visivamente ricomposta di volta in volta, attraverso la rievocazione di un ricordo espresso in forma di racconto e di video che appare mappato in formati e misure differenti, evocando l’oblò di una nave, la visione frastagliata di un vetro rotto, lo schermo di un cinema, di un televisore e di altri dispositivi digitali ed analogici.

La scenografia dal carattere effimero è composta da altre scatole bianche che diventano lampade, fonti di luci, superfici sulle quali proiettare. Come in un teatro delle ombre contemporaneo gli oggetti si animano generando visioni: piccoli bicchieri diventano palazzi reali, fogli di carta si trasformano nelle ali di un Icaro caduto nella città e le ombre umane rievocano ora eleganti Samurai, ora perturbanti impiccati e altre creature della fantasia.

La megalopoli si offre come un complesso meccanismo di suoni ed immagini che si manifesta in forma di doppia proiezione invadendo pareti e pavimentazione dello spazio scenico, fino a decorare come un tatuaggio virtuale i volti e i corpi dei suoi abitanti. Volti che sono anche schermi di smart-phones, tablets, che con la loro presenza evidenziano il carattere della nuova identità digitale.
Tutto ci appare distorto, come in un film distopico. Dal magma confuso della memoria emergere d’improvviso il “ricordo”, il “particolare”, l’essenza di una cultura che riaffiora e che rivela una tradizione antica.

L’individuo emerge dalla massa indistinta e standardizzata difendendo la propria identità nella moltitudine, affermando la propria specificità di “essere vivente”, svelando il proprio volto, la propria storia, la propria cultura di origine. In un meccanismo sofisticato e contraddittorio che Ryszard Kapuściński definisce “il sistema degli specchi” dove “… la nostra cultura si specchia nelle altre e solo a quel punto comincia a diventare comprensibile. Le altre culture sono specchi nei quali ci riflettiamo e nei quali riusciamo realmente a vederci come siamo.”
Ne emerge una narrazione movimentata scandita attraverso l’uso di slogan che la memoria ha registrato nelle varie metropoli del pianeta e che vengono riportati in tre codici linguistici: italiano, inglese e spagnolo.

L’attore in scena, come un Marco Polo contemporaneo, ricompone la sua identità attraverso queste storie che lo portano a compiere continue trasfigurazioni, calandosi in tempi, luoghi, spazi, lingue e personaggi diversi, per dare corpo ad alcune maschere della globalità, che diventano archetipi, divinità urbane, depositarie di caratteri fondanti, universali e contrapposti: la follia della normalità, la solitudine nella molteplicità, la spiritualità di un mondo secolarizzato, la frustrazione nella società del “tutto è possibile”, l’alienazione della quotidianità.

In questo viaggio planetario il testo, interamente scritto da Nicola Pianzola, affronta tematiche di forte attualità, attraverso l’esperienza vissuta dalla compagnia stessa, in luoghi problematici e di forte tensione politica, in diversi paesi del mondo: Corea del Sud, India, Messico. Appaiono così nel racconto frammentario, espresso in ricordi numerati e catalogati, la crisi coreana raccontata dai vecchi di un villaggio nelle risaie vicine a Seul, le sparizioni forzate in Messico e il problema dell’attraversamento delle frontiere, i contrasti di classe nel sub-continente indiano, ma anche aspetti caratterizzanti delle differenti culture del mondo. Stereotipi e aneddoti tracciano la figura di questo super uomo, viaggatore contemporaneo, capace di sopravvivere nella società/città globale grazie alla tecnologia e la realtà aumentata.

TAPPE

I° TAPPA
Residenza artistica presso Au Brana – Residential centre for performance research – Francia

La prima tappa di investigazione e creazione è stata svolta in Francia presso il Centro di ricerca di Pauilhac, nell’ambito del Programma AU BRANA Creative Development Residency. La compagnia ha diretto il lavoro dal 24 luglio al 3 agosto 2017 aprendo il progetto a performers provenienti da Italia e Corea, per condividere il training e il processo di creazione e selezionare il cast per la produzione dello spettacolo. Parte fondamentale del lavoro è stata la scrittura drammaturgica in più lingue da parte di Nicola Pianzola e l’elaborazione scenografica condotta da Luana Filippi. Al termine del progetto è stato presentato un primissimo studio, diretto da Anna Dora Dorno e frutto del processo individuale di Nicola Pianzola, attorno ai ricordi di viaggio dello stesso, nelle megalopoli del mondo in cui la compagnia ha lavorato.

II° TAPPA
Residenza artistica e produttiva presso Re.Te. Ospitale della Compagnia teatrale Petra – Italia.

Dal 17 al 31 agosto 2017 la compagnia è stata ospitata nel progetto Re.Te. Ospitale, nel Teatro Anzani di Satriano di Luacania (PZ), dopo essere stata selezionata attraverso un bando pubblico al quale hanno partecipato un centinaio di realtà del territorio nazionale.
Il fine di questa residenza è stato quello di sviluppare un legame con la comunità locale ed in particolare con i suoi riti e la sua storia, tanto da portare interessanti connessioni e sviluppi all’interno del lavoro di creazione dello spettacolo. In particolare è stata sviluppata la relazione tra maschere tradizionali e “maschere” contemporanee che hanno portato alla definizione di personaggi –idolo, divinità urbane, rappresentati da Nicola Pianzola. Durante questa tappa sono state sviluppate le scenografie video-virtuali ideate da Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, con la collaborazione al montaggio video di Salvatore Laurenzana. All’interno della residenza è stato sviluppato anche il lavoro di scrittura drammaturgica, grazie alla collaborazione del giornalista Giacomo D’Alelio.