MADE IN ILVA New Review

Il teatro che può ancora far riflettere - Monica Canu- Persinsala

Il teatro può ancora far riflettere? Quando a teatro ci si accomoda su comode poltrone può capitare di sentirsi immersi in un mondo percepito lontano dal tempo della quotidianità. A tale sensazione di estranietà sfugge Made in Ilva, esempio di teatro sperimentale che, come preannunciato dal titolo, porta lo spettatore all’interno del mondo reale: quello delle strutture dello stabilimento dell’acciaieria di Taranto che, noto anche alle cronache internazionali, muove da anni l’opinione pubblica specialmente sulla questione che vede intrecciarsi tragicamente lavoro e morte. A partire dalle prime luci dell’alba, l’operaio si trascina in fabbrica, stanco di tutto il lavoro dei giorni precedenti e della ripetitività della sua esistenza. È proprio questa la parola chiave, ripetitività, alienazione dell’omologata comunità operaia. L’operaio è da solo nella fabbrica sebbene si sentano i suoni e i rumori degli attrezzi dei collegi e amici. È solo perché, come lui stesso dice, è un numero. È un numero anche quel suo amico morto di lavoro, lui come tanti altri. Alla fine, al suono della campana di fine turno, l’operaio torna a casa consapevole della propria situazione di permanente alienazione e, mentre percorre la strada del ritorno, il pubblico lo accompagna ascoltando le innumerevoli e confuse voci di veri testimoni della situazione Ilva. Sul palcoscenico troviamo allora l’angoscia di un individuo-simbolo di tutta la classe operaia del terribile stabilimento pugliese, un uomo costretto, per vivere, a lavorare come una macchina e a non provare dolore, pietà, tristezza o altra emozione. È la rappresentazione dell’uomo ormai non più individuo ma ingranaggio. Tale percezione di disumanizzazione che caratterizza Made in Ilva viene da una messa in scena in cui la parola non è sufficiente o autonoma senza l’accompagnamento del movimento, senza il potente riunirsi sotto lo stesso tetto (sopra lo stesso palco) di musica, testo, suono e danza. È uno spettacolo che insegna molto verbalizzando poco. Poche le battute ma tanti i gesti fisici, i contrasti di ombre e luci, le atmosfere della fatica e del calore infernale della fabbrica. Il protagonista corre, si arrampica, si muove. Unico oggetto di scena uno sgabello di metallo su cui lo vediamo salire e sotto il quale rimane imprigionato come lo è nella sua sempiterna quotidianità. Il protagonista esprime tutta la propria sofferenza con l’incredibile espressività che come un quadro di Picasso, ne deforma il volto in maschere di autentico dolore e autentica tristezza, in sofferenza che riuscirà a celare solo sotto un’altra e non casuale maschera, quella da saldatore. La regista è sul palco ed è la voce dell’anima del protagonista. È la voce che canta i suoi incubi e le sue paure. Non c’è trama, ma testimonianza di un drammatico attore della vita alle prese con una giornata in cui – dalle notti passate insonne e infestate dagli incubi fino al suono della campana della fabbrica che manda a casa i lavoratori – appare la sublimazione dell’eterna dannazione delle più ardenti bolge dantesche. Lo spettatore non si aspetti un intreccio canonico o una qualche forma di rappresentazione catartica; si aspetti, invece, di uscire da teatro cupo e non sereno per ciò che ha visto e sentito, guidato dalla lentezza dell’allestimento su un unico, ampio e complesso tema; condotto per mano a un dialogo con la realtà e alla riflessione su ciò che ha appena visto. Dunque, rispetto alla domanda iniziale (il teatro può far riflettere criticamente sull’oggi?), noi di Persinsala non possiamo che ribadire una risposta affermativa. Sottolineando, ancora una volta, il grande potenziale che l’art e (forse in particolare) il teatro di ogni epoca posseggono di destrutturare la realtà per darne una visione capace di destabilizzare e promuovere un’autentica riflessione attiva.